L’uso razionale dei prodotti fitosanitari nel florovivaismo

Effetti collaterali


A seguito della distribuzione di soluzioni antiparassitarie possono verificarsi effetti negativi evidenti per le piante coltivate: ustioni o vere e proprie intossicazioni. In genere le ustioni si manifestano presto, nell’arco di 24 ore e si vedono macchioline necrotiche laddove le goccioline hanno toccato il tessuto vegetale; le intossicazioni si manifestano, anche dopo alcuni giorni dall’intervento, con ingiallimenti e/o deformazioni delle foglie, necrosi del margine fogliare, stasi di crescita o deformazione degli steli. Spesso si possono evitare queste spiacevoli conseguenze riducendo la dose di utilizzazione. Questi effetti devono essere attentamente considerati, particolarmente nel florovivaismo, per due motivi:

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ffetti dell’eccessivo uso di brachizzante su lamine fogliari di gloxinia (Sinningia speciosa)


Su questa varietà di geranio (Pelargonium zonale)l’uso di brachizzante ha indotto una deformazione delle foglie trattate. Sulle altre varietà non c’era alcuna deformazione.

 
  1. trattandosi di piante ornamentali, un danno sul fogliame che per altre coltivazioni è trascurabile, nel nostro lavoro è invece inaccettabile;
  2. i possibili effetti fitotossici sono a volte riportati in etichetta, ma si riferiscono di solito alle colture di pieno campo, saggiate da chi fa i test prima della autorizzazione. Molto raramente vengono riportate indicazioni di questo tipo riguardanti piante ornamentali.

Per i motivi suddetti è sempre consigliabile eseguire in azienda dei test di fitotossicità su un numero limitato di piante prima di un uso massivo di un dato prodotto fitosanitario.

L’uso degli antiparassitari ha conseguenze, oltre che per gli organismi-bersaglio, anche per altri organismi indifferenti o utili. Quando si cominciò in agricoltura l’uso diffuso di antiparassitari di sintesi (negli anni ’50) non si erano valutate le conseguenze che essi potavano avere sull’ambiente. Un famoso grido di allarme fu la pubblicazione negli anni ’60 del libro "silent spring" (primavera silenziosa) che denunciava la scomparsa di specie dell’avifauna. Gli studiosi si resero conto che in effetti queste molecole erano causa di squilibri nelle popolazioni che compongono un certo ecosistema, tanto più che vengono utilizzati in ecosistemi molto semplificati quali sono le coltivazioni.

Un esempio molto chiaro di ciò è lo squilibrio che si è verificato circa quindici anni fa nei meleti della valle dell’Adige. Il sintomo iniziale fu la pullulazione di acari tetranichidi (i cosiddetti ragnolini rossi) nei meleti. Lo studio dell’ecosistema evidenziò una anomala diminuzione di acari fitoseidi, che sono predatori di tetranichidi. Si riuscì poi a stabilire che la causa della morìa di fitoseidi era l’uso di fungicidi ditiocarbammati. Così il consiglio di non utilizzare tali fungicidi, insieme alla reintroduzione di fitoseidi tramite rami prelevati in zone "sane" , hanno permesso un ristabilimento dell’equilibrio iniziale.

Un’altra problematica ambientale legata all’uso di prodotti fitosanitari è quella che riguarda l’inquinamento dell’acqua, dovuto sia all’uso di diserbanti che di geodisinfestanti. Si dovrà porre cura nella scelta del metodo di intervento in modo tale da utilizzare le quantità più basse possibile e si sceglieranno diserbanti con emivita breve. Inoltre è assolutamente prioritario seguire le norme dettate dalla normativa nazionale e da quella regionale, che stabiliscono le distanze di sicurezza da fonti idriche entro cui è vietato l’uso dei prodotti fitosanitari suddetti: vige il divieto assoluto di trattamenti fitosanitari e concimazioni entro 10 metri dalla fonte idrica e una regolamentazione di tali interventi entro 200 metri. La normativa regionale (L.R. 36/99) vieta i diserbanti e i geodisinfestanti anche alla distanza di 10 metri da sponde di corsi d’acqua, lagune, laghi.

In Toscana l’uso di diserbanti e dei geodisinfestanti è regolamentato dalla L.R. 36/99 che obbliga a una segnalazione preventiva, alla ASL di competenza, del trattamento diserbante.

In questo paragrafo non parliamo delle possibili conseguenze sul consumatore dei prodotti agricoli, poiché la trattazione riguarda l’ambito florovivaistico. Invece in floricoltura e vivaismo risulta molto più importante parlare delle conseguenze per chi utilizza gli antiparassitari poiché si opera spesso in ambiente confinato. Eventuali intossicazioni a carico degli operatori possono verificarsi per l’ingresso di soluzione antiparassitaria attraverso le vie respiratorie, attraverso l’apparato digerente o attraverso la pelle. Quest’ultimo tipo di esposizione all’assorbimento di prodotti tossici non va sottovalutato poiché attraverso la pelle entrano piccole dosi ma frequenti: da questo deriva l’indispensabile utilizzazione di adatti dispositivi di protezione individuale.

Per quanto attiene ai possibili effetti sull’uomo, nella letteratura sull’argomento si distinguono diversi tipi di tossicità:

    1. Tossicità acuta. È quella che si evidenzia in poco tempo dopo l’assunzione del principio attivo. In pratica si ha un vero e proprio avvelenamento che si manifesta di solito con mal di testa, vomito, diarrea, perdita dell’equilibrio; in casi un po’ più gravi si hanno tremori incontrollato; nei casi più gravi (cioè con assunzioni cospicue di principio attivo) si arriva a danni irreversibili del sistema nervoso o neuro-muscolare (paresi) o addirittura alla morte.
    2. Tossicità per accumulo. È l’effetto dell’accumulo di principi attivi liposolubili nel tessuto adiposo (grasso). La tossicità si manifesta quando si accumula una certa quantità di antiparassitario. quindi non si hanno i sintomi tipici dell’avvelenamento, bensì effetti dopo un certo numero di mesi o anni. Si tratta di problemi che insorgono in modo tale da rendere difficile un rapporto causa-effetto. Possono verificarsi problemi renali (p.es. da dicloroetano o composti rameici), insufficienza epatica, fibrosi polmonare, neuriti periferiche (p.es. da fosforganici, MCPA). Un tipico esempio di questo genere è quello del DDT che dava problemi solo dopo molto tempo dall’utilizzazione. In Italia il DDT è stato vietato con un DM del 1978.
    3. Effetti mutageni-cancerogeni. Sono quelli di più difficile individuazione poiché la comparsa di cellule tumorali non è facilmente ascrivibile a un solo fattore scatenante. Quello che si sa è che l’induzione alla neoplasia è spesso causata dall’uso ripetuto di piccole quantità di un certo composto chimico (caffeina, nicotina, derivati del petrolio, ecc.); è del tutto presumibile che certe molecole antiparassitarie abbiano un effetto di questo tipo e per alcune molecole l’effetto è stato accertato. Però questo non significa che chi usa antiparassitari muore sicuramente di tumore. I prodotti con accertato rischio cancerogeno riportano la dovuta frase di rischio contrassegnata dalla sigla R40 oppure R45,R46,R49  (molto pochi in realtà riportano tali frasi). Non si vuole, con la descrizione degli effetti suddetti, fare del terrorismo, ma solo indurre la dovuta cautela nell’uso dei prodotti fitosanitari.
    4. Effetti teratogeni. Si ritiene con una certa attendibilità, che alcuni antiparassitari inducano malformazione dei feti. Si tratta comunque di effetti che si verificano con dosi massicce. Un tragico esempio di ciò fu la fuga di Carbaryl (Sevin) dallo stabilimento Union Carbide a Bopal, India, nel 1986. In ogni caso anche per questi effetti sono previste idonee frasi di rischio contrassegnate con le sigle R60, R61, R62, R63, R64.